Il diritto alla città

 

Lo spazio urbano come “bene comune”[1] sembra un’affermazione banale ma giuridicamente è molto complessa e investe diversi settori del diritto, eppure è una dichiarazione che tutti, quotidianamente viviamo e riscontriamo[2].

Cosa e dove si può costruire, cosa dedicare a impianti sportivi, cosa a verde urbano, cosa ad attività produttive? “Cosa”, come e dove. La città stessa, nei suoi spazi dedicati alla collettività e all’uso condiviso, nel suo insieme variegato di elementi e destinazioni, si trasforma, o dovrebbe trasformarsi,  in un “bene comune”[3].

La progettazione politica e urbanistica ha precise responsabilità nel destino degli spazi e soprattutto incide sulla qualità della vita degli abitanti. Può creare, o eliminare, disuguaglianze sociali[4] ed emarginazione.

Purtroppo la realtà delle grandi città è disseminata da scelte politiche e urbanistiche devastanti che hanno creato spazi di emarginazione e degrado, luoghi abbandonati e dimenticati, ben lontani da qualunque concetto di “bene comune”, votati solo alla sopravvivenza, a soddisfare necessità da “mero dormitorio”, senza nessuno spirito di socialità o di comunità[5]. Quartieri artificiali e di cemento dalle vite nascoste, destinati a rinchiudere le difficoltà umane della società non gradita ed emarginata, senza alcun senso di appartenenza al territorio né spirito di collettività. Vite di passaggio spesso in difficoltà, incastonate laddove prima esisteva solo una realtà rurale con ben altre vocazioni e storie. L’assenza di qualità della vita per larga parte delle popolazioni urbane non è dovuta, esclusivamente, a motivazioni di carattere fisico-ambientale (il degrado architettonico e urbanistico degli insediamenti, i problemi della mobilità, l’inquinamento, le emergenze ambientali e “naturali”), ma all’interruzione del processo di identificazione con il proprio luogo, che si esprime nella conformazione del paesaggio, nella sua riconoscibilità simbolica e visiva, nella costanza di rapporti interpersonali, nella comunione d’intenti[6].

Di tutto questo, in ambito cittadino genovese, è un esempio emblematico il Quartiere Diamante, collocato in un contesto ambientale e urbanistico molto particolare. L’aggressiva edificazione avvenuta negli anni ‘80 ha modificato profondamente il paesaggio della collina di Begato, che da zona rurale è stata trasformata in un denso centro abitativo in cui sono comunque ancora visibili alcune tracce della realtà contadina ancora presente e preservata nella vicina collina del Garbo e di Begato “vecchia”. Le scelte edificatorie hanno profondamente sacrificato uno spazio che era dedicato alla coltivazione per trasformarlo in un quartiere in cui anche l’aspetto sociale è stato negli anni trascurato.

L’edificio noto come “Diga di Begato”, simbolo del Diamante, è compreso all’interno del quartiere, costituto da un insieme di complessi residenziali realizzati nella metà degli anni ’80. La “Diga” è un corpo edilizio di grandi dimensioni (due edifici, uno di colore bianco e uno rosso, uno da 276 l’altro da 245 alloggi, inizialmente collegati a metà altezza da un percorso orizzontale poi demolito) e di forte impatto ambientale e paesaggistico (corre dall’uno all’altro versante di una piccola valle tributaria della Valpolcevera, ostruendola completamente, ed è visibile a grande distanza)[7].

I caratteri architettonici, la scarsa qualità dei materiali, in particolare la distribuzione e la definizione degli spazi collettivi, acuiscono le difficoltà sociali e di convivenza[8]. Il Verde è intorno al Diamante ma non dentro gli spazi destinati a giardini o ai campetti per lo sport “libero”, dominati dal grigio del cemento. Il Verde “intorno”, sottratto alla sua vocazione originaria, si riappropria lentamente e inesorabilmente dei suoi spazi non cementificati, e se non curato, diventa esso stessa “selva” abbandonata tra le case, elemento di degrado esso stesso, utilizzato per nascondere oggetti e rifiuti[9].

Negli anni sono stati ipotizzati, anche attraverso l’organizzazione di giornate di studio e seminari[10], diversi possibili interventi per affrontare il c.d. “Caso Diga” fra cui anche quelli più radicali di una sua demolizione[11]. L’obiettivo di  porre in essere azioni non finalizzate solo al recupero edilizio ma del contesto complessivo del quartiere si sono espressi attraverso diversi canali. In questi ultimi anni l’ amministrazione di livello sia comunale che municipale ha tentato di rivitalizzare il quartiere Diamante, attraverso investimenti anche in poli sportivi (Paladiamante) e ambientali (Casa Ambientale e orti urbani), oltre a incentivare e interloquire con le amministrazioni competenti per l’ampliamento dell’offerta di servizi sanitari e la realizzazione di un poliambulatorio. E’ stata centrale la presenza di una farmacia, dei servizi sociali e lo stimolo a creare e rivitalizzare un tessuto associativo tramite anche la costituzione dell’associazione Quartiere Diamante, che con fatica è rappresentativa di un contesto in cui domina l’assenza di identificazione e appropriazione culturale e il tessuto sociale è molto frammentato.

Le città contemporanee pagano dunque il prezzo di scelte che hanno colonizzato un territorio stravolgendone talvolta la natura: laddove c’era il mare ci sono cantieri navali,  porti per il petrolio o le merci[12], laddove la campagna e la vita rurale dominava sono stati costruiti quartieri di cemento talvolta trasformati in “ghetti”, viadotti, dighe che arginano innanzitutto la socialità e parti della comunità cittadina che è sempre meno tale.  Le città sono cresciute e non sempre bene purtroppo.

Quali alternative a una progettazione sbagliata ma ormai difficile da superare se non attraverso scelte radicali? Le riconversioni non sono facili, talvolta impossibili e l’impoverimento delle risorse pubbliche fa ristagnare questi contesti, ma la progettazione condivisa, e l’esempio di alcune buone pratiche, sono un raggio di speranza che getta una luce su una nuova dimensione della gestione urbana degli spazi.

I luoghi di uso collettivo in generale soddisfano numerosi bisogni del vivere in città perché sono funzionali al benessere delle comunità, come all’esercizio individuale dei diritti di cittadinanza: qualità della vita e del lavoro, socialità, svago, condivisione, senso di comunità, possibilità di coltivare capacità e passioni sono tutte cose che risentono immediatamente della maggiore o minore qualità delle infrastrutture e dei servizi di uso collettivo che una città è in grado di mettere a disposizione dei propri abitanti. Insomma lo spazio urbano  fatto di panchine, alberi,  luoghi dove conversare e giocare, è anche, e forse soprattutto, uno spazio comune.

Gli spazi aperti e verdi destinati alla socialità e al gioco dei bambini  spesso sono giardini grigi e di cemento che col tempo e le difficoltà di manutenzione vengono lasciati al degrado e  creano disapprovazione e antipatia sociale. Meglio un centro commerciale o un posteggio? E’ indubbio che in questi spazi, sottoposti a regolamentazione degli accessi e di condotta, orari e quanto altro non sono spazi pubblici aperti e godibili appieno come una piazza dove poter socializzare e riunirsi, dove poter manifestare il proprio pensiero facendo ad esempio propaganda politica, o raccogliere firme per un referendum. Non sono piazze dove poter circolare e muoversi a qualunque ora del giorno. L’uso pubblico viene ridotto e regolamentato, diventa in pratica meno “aperto” ed accessibile, quando non escluso del tutto, condizionato spesso a logiche commerciali. In una piazza ci si può sedere al fresco di un albero in qualunque ora del giorno o della notte, far giocare i propri figli senza costi, in un centro commerciale ciò non sempre può avvenire. Gli spazi dedicati ai bambini sono solitamente a pagamento, in un giardino pubblico la fruizione è gratuita.

E’ indubbio che alcuni spazi urbani siano “più comuni” di altri per la loro vocazione di luoghi dove  esprimere i propri diritti civili e non solo. Ecco perché sono “comuni” seppur di proprietà pubblica. La responsabilità degli enti è dunque proprio quella di preservarne la natura e di gestirli ricordando e mantenendo la vocazione, conservandoli in uno stato decoroso e permettendo la vivibilità attraverso un’attenta e ragionata progettazione e manutenzione, ma, soprattutto amministrando gli spazi urbani in modo condiviso attraverso gli strumenti di cittadinanza attiva[13].

D’altronde la “città ideale” per Lefebvre è una continua opera degli abitanti, essi stessi mobili e resi mobili per e da questa opera. (…) Il diritto alla città si manifesta come una forma superiore di diritti: diritti alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat, all’abitare[14].

Il “diritto alla città” per Lefebvre si presenta dunque come forma superiore dei diritti, come diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat e all’abitare. Il diritto all’opera (all’attività partecipante) e il diritto alla fruizione (ben diverso dal diritto alla proprietà) sono impliciti nel “diritto alla città”.

Il governo del territorio, la sua progettazione e la sua gestione sono il primo e forse più importante compito delle amministrazioni locali e attraverso questo si garantiscono i diritti, la dignità del vivere e forse anche la felicità nascosta e necessaria alla quotidianità. Una responsabilità importante che si concretizza attraverso pianificazioni urbanistiche, concessioni, autorizzazioni, pareri, silenzi, accordi e, soprattutto, patti. Recuperare, valorizzare, riprogettare gli spazi pubblici – e più in generale gli spazi aperti – come sistema strutturante di un nuovo modello di città in cui riscoprire l’antica solidarietà tra spazio fisico e comunità degli abitanti deve essere l’obiettivo fondamentale delle amministrazioni. Il diritto urbanistico fornisce degli strumenti di intervento nella pianificazione del territorio, tenta una compartecipazione che all’atto pratico però si ritrova fragile e talvolta disattesa e soprattutto delusa. Così nascono supermercati laddove c’erano dei cinema, che a seguito della crisi del settore sono stati declassati e dedicati alla proiezione di film dal dubbio decoro, che hanno creato disvalore e grave fastidio; oppure si assiste all’eterno abbandono di aree produttive dalla riconversione improbabile e alla dismissione di aree ferroviarie spesso lasciate in balia del disuso.

(…)

E’ fondamentale tenere insieme e coniugare l’azione amministrativa e la cittadinanza attiva, al fine di produrre partecipazione e impegno civile, innescando processi integrati di rigenerazione sociale, economica, ambientale.  Un lavoro complesso che non può prescindere dall’esigenza di un lavoro condiviso, partecipato che passa inevitabilmente da una visione aperta e interattiva dell’amministrazione.

La strada per l’affermazione del “diritto alla città” è dunque ancora lunga, passa attraverso metodi, tempistiche e consapevolezze che ancora non sono un patrimonio pienamente condiviso, ma che costituiscono la base di partenza per diventare, anche nel piccolo, attori e non solo meri amministrati e subordinati alla potestà pubblica. Un diritto all’opera (all’attività partecipante) e un diritto alla fruizione ancora tutti da costruire, ma le cui fondamenta sono in fase di consolidamento. Tale diritto passa attraverso la rottura dei dispositivi di controllo e di omologazione della vita quotidiana, attraverso una riappropriazione dei tempi e degli spazi del vivere urbano che richiede una nuova configurazione delle relazioni sociali, politiche ed economiche, a partire da un importante cambiamento nell’arena decisionale in cui il cittadino deve essere collaborativo e l’amministrazione più partecipata e soprattutto trasparente.

Insomma, nulla è più “comune” dello spazio urbano, o almeno, dovrebbe esserlo attraverso la consapevolezza, la partecipazione e la fruizione.

Tratto dal libro “Dal verde pubblico al verde comune” di Patrizia Palermo, Aracne editore, giugno 2016.

[1] IAIONE C., La città come bene comune, 2013, Aedon 1/2013, in http://www.aedon.mulino.it/

[2] Sulla città come “bene comune” c’è un ampio dibattito molto interessante. Si rinvia al saggio  IAIONE C., La città come bene comune, in Aedon 1/2013, in   http://www.aedon.mulino.it/archivio/2013/1/iaione.htm.

[3] PORRINO C., La città come bene comune. Qualità urbana al tempo della crisi, 2013, Firenze, Ed. Alinea; IAIONE C., La città vengono Bene Comune, 2011, in http://www.labsus.org/2011/12/la-citta-come-bene-comune/.

[4] SECCHI B., La città dei ricchi e la città dei poveri, Roma – Bari, Laterza, 2013. Secondo l’Autore Oggi più che in passato, nelle grandi aree metropolitane, le disuguaglianze saltano agli occhi e strategie di distinzione ed esclusione sono state spesso favorite dallo stesso progetto urbanistico. Bisogna tornare a riflettere sulla struttura spaziale della città, riconoscere l’importanza che nel costruirla ha la forma del territorio. Tornare a conferire agli spazi urbani una maggiore e più diffusa porosità, permeabilità e accessibilità; disegnarli con ambizione, tenendo conto della qualità delle città che ci hanno preceduto e ragionare di nuovo sulle dimensioni del collettivo.

[5] CARITAS ITALIANA,  La città abbandonata: dove sono e come cambiano le periferie italiane, Bologna, Il Mulino,  2007. In merito al contesto genovese la ricerca cita il caso del Quartiere Begato, definito nel titolo “discarica”.

[6] Studio preliminare per la redazione del Piano del Verde: una ragnatela verde per Genova, p. 4, approvato con delibera della giunta  del Comune di Genova in data 30.06.2011,  in http://www.urbancenter.comune.genova.it.

[7] BOBBIO R., Il caso DIGA. Strategie di riqualificazione dell’edilizia sociale a Genova, Roma, Inu Edizioni, 2010.  Il ‘caso Diga’ si propone anche perché ha valore di esemplarità per quanto riguarda sia la gestione dei patrimoni ERP, sia quella riqualificazione delle periferie che è un’assoluta priorità delle città italiane contemporanee.

[8] Non sono mancati però progetti più radicali, non realizzati, di abbattimento delle famose “Dighe”, diventate espressione dell’emarginazione, della disuguaglianza e di un’urbanizzazione sbagliata anche da un punto di vista delle scelte sociali: ‘al di là delle Dighe, chiuso dietro la barriera di cemento, non c’è città, ma c’è Begato. La verticalizzazione richiesta dalla particolare conformazione orografica del territorio ha partorito le Dighe. E non è un appellativo scelto dagli architetti, né da qualche assessore. La gente ha saputo dare il giusto nome a ciò che vede’. Vedi ANGELINI F., Dimenticati dietro i due giganti, 2006, Italia Caritas, in http://www.caritasitaliana.it

[9] Nella realtà del quartiere del Diamante a Genova Begato, al fine di gestire e curare le vaste aree di verde urbanizzato dalle ‘Dighe’ di cemento costruite, si è ricorsi a un accordo tra Regione, ARTE e Comune di Genova per la cura e la gestione del Verde con evidenti risultati positivi.

[10] Si ricorda il Convegno Strategie di riqualificazione dell’edilizia sociale.Il caso della Diga nel Quartiere Diamante a Begato, novembre 2009.

[11] BOBBIO R., Il caso DIGA. Strategie di riqualificazione dell’edilizia sociale a Genova, cit.; FRANCO G., Strategie di riqualificazione dell’edilizia sociale. Il caso ‘Diga’ a Genova, in Technè n. 3,  2012.

[12] Il Ponente genovese ha pagato a caro prezzo la destinazione a porto merci e petroli. Il mare è stato sottratto a una ampia parte della città e anche le opere di compensazione poste in essere negli ultimi anni, non hanno colmato le ferite di una parte della popolazione che ancora ricorda le spiagge ormai violate. Si veda GAZZOLA A., PRAMPOLINI R.,  RIMONDI D., Negli spazi pubblici. Utilizzatori temporanei e pratiche sociali a Genova,  Milano, Franco Angeli, 2014.

[13] IAIONE C., La città vengono Bene Comune, cit: ‘La crescente penuria di risorse pubbliche fa il paio con una crescente disaffezione dei cittadini, in particolare quelli di più giovane età, verso la preservazione, la cura e il mantenimento dei luoghi di vita e aggregazione dove si svolge la vita comunitaria. Molto probabilmente questa disaffezione trova origine anche in una scarsa opera di educazione alla cittadinanza da parte delle singole famiglie e della scuola. Eppure nella costruzione del benessere urbano è decisivo il coinvolgimento degli attori principali dell’ecosistema urbano, e cioè gli stessi cittadini che usano e vivono la città’.

[14] LEFEBVRE  H., Il diritto alla città, Venezia, Marsilio, 1970.

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