Nuove realtà agricole in Valpolcevera: rilettura di un territorio

di Patrizia Palermo

L’8 Novembre dalle ore 16.30 alla Biblioteca Cervetto, in Castello Foltzer, nell’ambito della manifestazione dedicata alla sponda Destra del torrente Polcevera, si terrà un incontro su “Rilettura e nuove realtà agricole del territorio” con la partecipazione del Municipio  e dell’Orto collettivo di Campi.

Gli orti urbani e i giardini di comunità hanno una tradizione radicata nel percorso umano in ambito cittadino. Anche in Italia gli orti urbani nascono sia per assolvere necessità alimentari sia per permettere il recupero dal degrado e abbellire una parte della città o angoli di quartiere. Negli ultimi anni l’orto è diventato infatti sempre più l’elemento di contatto, soprattutto nella realtà urbana, tra esigenze di cura dell’ambiente e funzione sociale. Gli orti diventano giardini vernacolari, espressioni della comunità che li vive e di una “natura domestica” da curare e amare.

La Valpolcevera è storicamente una terra con una vocazione agricola che è stata nel tempo stravolta da una pesante industrializzazione prima, e dal successivo abbandono delle attività produttive che ha creato tanti “vuoti urbani”, fatti di aree dismesse prive di identità. L’urbanizzazione è stata talvolta aggressiva ma resistono in Vallata interessanti  tracce di agricoltura urbana, quali gli orti di proprietà pubblica e l’Orto collettivo di Campi. Sono due esempi di “Beni Comuni”, seppur molto diversi tra loro, che dedicano al ruolo della terra un’importante funzione sociale, ambientale e di recupero del territorio, temi più che mai attuali.

Proprio il Municipio V Valpolcevera nel 2014 aveva organizzato sul tema un evento di tre giorni: “Orti Urbani: agricoltura e oltre” patrocinato dall’Unesco. Tale manifestazione, a cui avevano partecipato il Comune di Genova, i Municipi, le scuole del territorio e l’Università di Genova, aveva costituito l’occasione per porre l’attenzione proprio sui tanti ruoli e all’importanza che l’agricoltura urbana ricopre nella realtà genovese, particolarmente ricca e interessante. Un evento dedicato non solo all’agricoltura, che aveva voluto esplorare e condividere con la città i significati e i valori che vanno oltre la funzione esclusivamente agricola dell’orto: dalla sua funzione didattica a quella terapeutica, da quella sociale alla rieducazione penitenziaria e all’accoglienza.

Un esempio emblematico delle tante funzioni della terra e della sua coltivazione è l’Orto Collettivo, sorto a Cornigliano, non lontano dal confine amministrativo municipale, in Bassa Valpolcevera. Riporto ciò che è stato scritto su questo particolare realtà qualche tempo fa, unica a livello cittadino che merita di essere conosciuta:

L’osservatore distratto, che passa da Corso Perrone a Genova e alza gli occhi, può essere indotto a pensare che si stia procedendo

all’ennesima sparizione di un bosco in abbandono, in cambio di nuovi spazi da dedicare a chissà cosa. Invece no, il terreno scosceso che sovrasta il muraglione della strada di Campi (area dalle mille vocazioni: industriale, commerciale, manifatturiera, viaria) è da poco più di un anno un orto collettivo, all’ombra di un vecchio gasometro e del Ponte Morandi sopra il Polcevera.

Si raggiunge attraversando proprio quel muraglione che lo separa dalla strada, entrandoci dentro e arrampicandosi sulla collina. Uno

spazio senza barriere, limiti, recinzioni, confini evidenti se non quelli dati dalla trasformazione visibile del territorio, di un’area che sembra

tornare a quella dimensione agricola di cui porta ancora il nome: Campi. Un’area privata assegnata in comodato d’uso gratuito e affidata

a una vocazione antica ma oggi decisamente rivoluzionaria: coltivare senza essere proprietari o assegnatari di una singola porzione ma

collettivamente, assieme ad altri, oltre i regolamenti e i contratti di affitto. Sull’orto collettivo di Corso Perrone si potrebbe scrivere molto:

da come è strutturato grazie a tecniche di ingegneria naturale, alle modalità a cui si ricorre per la coltivazione e la cura del terreno, che

può avvenire in posizione eretta, alla conservazione e drenaggio delle acque, all’importante utilizzo sociale dei migranti. Tutti argomenti

meritevoli, scavati nella storia e a me molti cari, che trovano nel presente una conferma e una grande attualità.

Quello che però colpisce una persona come me, votata da sempre a studiare e applicare le leggi, non sono solo gli aspetti urbanistici,

agricoli, sociali e politici, ma la “filosofia giuridica” che pervade l’orto collettivo: è il suo essere “comune” seppur privato, anzi questo orto

è “comune” proprio perché è di proprietà privata. L’orto collettivo di Campi non potrebbe essere tale se fosse un bene del patrimonio

pubblico, proprio a causa della regolamentazione amministrativa e “contabile” tipica dei beni pubblici, non adatta e adeguata alla realtà di

questo orto.

Ancora una volta si dimostra come il “bene comune” prescinda dalla proprietà, è tale per destinazione, per uso, per vocazione attribuita. Il bene comune è oltre il pubblico e il privato ed è in assoluto oltre i lacci del diritto di proprietà di cui abbiamo già parlato. La proprietà,

pubblica o privata che sia, è solo un’occasione ma non la ragione stessa di questi beni. Questo non vuol dire che l’orto in questione non abbia le sue regole, anzi, ma sono poche, condivise, necessarie, e nascono dalla contingenza e dall’esperienza e non da un regolamento comunale o da una legge statale. La convivenza necessità di norme, ma il “bene comune”, in generale, va oltre la proprietà e le rigide classificazioni normative. È tale perché è destinato e usato per essere tale, laddove ciò può essere realizzato e soprattutto voluto da chi ne destina l’uso. In questo caso l’orto collettivo, proprio perché privato, è più “libero”.

L’orto di Campi è un esempio emozionante di privato “comune”. Destinato a un uso collettivo dal ricordo molto antico, storico, oltre

i confini del tempo e delle recinzioni49, destinato a recuperare la socialità nelle forme più moderne come l’accoglienza dei migranti

richiedenti protezione che diventano depositari di insegnamenti e nuove possibilità:

“Da quasi un anno Ceis Genova e Orto Collettivo collaborano per offrire ai migranti un’accoglienza di qualità e un’opportunità lavorativa unica. I ragazzi accolti da Ceis Genova, svolgono un percorso di formazione che permette loro di lavorare in un campo in cui gli italiani, per questioni culturali, non si avvicinano più; la salvaguardia del territorio. Attraverso le loro qualità, un grande equilibrio, la relazione con la natura ancora forte e la voglia di ricominciare, hanno dimostrato di poter restituire alla città una ricchezza enorme; con il loro contributo, aree che in precedenza erano in abbandono ritornano ad essere fruibili, quasi annullando i possibili danni causati dagli  eventi climatici[1].

Abbracciando il cambiamento e le differenze, si ottengono grandi risultati, andando, ancora una volta e grazie alla terra, oltre l’agricoltura[2].

[1] V. GRASSO FLORIS, La buona accoglienza, in L’Abbraccio, Rivista trimestrale di informazione del CEIS Genova, n. 87, 2017.

[2] Patrizia Palermo, Dal verde Pubblico al Verde Comune, 2017, Aracne

 

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